8 marzo 2026/La nostra sicurezza siamo solo noi

La nostra sicurezza siamo solo noi

Contro la guerra interna ed esterna/ con ogni mezzo necessario

Che il capitalismo sia un modello politico economico che prevede la guerra come opzione di accumulazione e profitto, di salto qualitativo in situazioni di difficoltà e di regolazione fra potenze è un dato di fatto riconosciuto, non è una novità. Ma oggi, ogni aspetto del vivere dei subalterni, compresi quelli che non si riconoscono tali, è organizzato secondo moduli di guerra.

Le città sono concepite come immense galere dove tutti gli spazi sono o interdetti o controllati o monitorati o stigmatizzati, dove per fare qualsiasi cosa bisogna chiedere il permesso e obbedire e comunque adeguarsi. Non è contemplata la diserzione, a nessun titolo. Siamo tutte supervisionate da una pletora di sistemi di controllo, dalle telecamere in ogni dove al controllo digitale e informatico in ogni nostro momento del vivere. Sottrarsi è difficilissimo perché la nostra quotidianità è continuamente invischiata in questi meccanismi. L’obiettivo sono la Smart City e la Città dei 15 minuti secondo il modello israeliano sperimentato nei territori palestinesi.

I nostri corpi sono terreno di sperimentazione da parte di esperti di ogni tipo, sempre più pervasiva, spudorata perché ammantata di buonismo, in medicina, sul lavoro, nella scuola…solo in guerra si assiste a tanto disprezzo per il corpo umano.

Il controllo sociale è di tipo militare, norme sempre più repressive e invasive per chi protesta, per chi dissente, per chi non si adegua, per chi è irregolare.

L’economia è di guerra, si investe nelle armi, nella militarizzazione e si affossa la sanità, la scuola, il lavoro che non c’è assolutamente più se non come sfruttamento selvaggio fisico e mentale. Vogliono trasformare la società dalle fondamenta e estrarre plusvalore dai nostri corpi, dalle nostre menti, dalle nostre relazioni, dai nostri pensieri, dai nostri desideri. L’industria delle armi è fiorente come non mai e come non mai parte integrante dell’economia di stato.

Il potere parla apertamente di guerra mondiale come orizzonte possibile. La militarizzazione investe tutti gli ambiti dalla scuola, perfino dall’asilo, all’università, dall’organizzazione degli eventi culturali alla chiamata all’unità patriottica, dall’esaltazione delle forze dell’ordine e dell’esercito ai tentativi di riproporre la leva. Per le strade ci sono solo divise di tutti i tipi che dovrebbero proteggerci in una società propagandata come violenta e pericolosa dato che i giovani si organizzano per bande, i femminicidi si susseguono, i terroristi manifestano nelle strade. I deliri securitari accompagnano tutte le narrazioni mainstream. La propaganda è propaganda di guerra, i servizi sociali hanno ormai assunto connotati polizieschi.

Sul fronte esterno, gli Stati Uniti con il presidente Trump (ma con i Dem non sarebbe stato diverso nei principi di fondo) a fronte di una situazione sociale interna devastata, mettono in atto spudoratamente e con un’arroganza senza pari la legge del più forte. Rapiscono Nicolas Maduro e Cilia Flores, minacciano Cuba, vogliono la Groenlandia, aggrediscono l’Iran, portano la guerra dove vogliono e/o pretendono di imporre la loro “pace” qua e là a seconda dei loro interessi, in Palestina con Board of Peace… Netanyahu ha dichiarato che ci saranno serie ripercussioni nei confronti degli Stati che ostacoleranno la politica israeliana. Israele è la punta di diamante militare, economica, sociale, biotecnologica del nuovo rapporto con gli oppressi e i colonizzati: compie il genocidio del popolo palestinese, pretende l’espulsione dei palestinesi rimasti, organizza un dominio neocoloniale degno di un film dell’orrore con il supporto di tutti gli stati occidentali. Ursula von der Leyen ha dichiarato che per scongiurare la guerra bisogna armarsi(!)

Come femministe ci dobbiamo necessariamente porre il problema di come affrontare tutto questo consapevoli che nell’attuale momento storico ogni patteggiamento con il potere è collaborazionismo.

Non basta fare l’elenco delle brutture del capitalismo e non è il caso di ballare nelle strade gridando slogan contro la guerra o contro la violenza sulle donne all’interno dell’ennesima gabbia che ci è concessa, dopo aver chiesto il permesso naturalmente!

Dobbiamo porci il problema di come mettere anche solo un granello di sabbia in maniera ostinata e contraria nell’ingranaggio.

Gli spazi per la diserzione sono stretti, ma vanno praticati qui e ora, anche se il prezzo che si paga è alto. D’altra parte, anche l’offerta della propria collaborazione in vista dell’“integrazione” nel sistema si paga sempre più cara: sulla propria pelle e su quella di tutte le altre.

Il potere patriarcale è fondato su alcuni elementi di base che hanno costruito la nostra soggezione: dominio, possesso, autoritarismo, gerarchia, meritocrazia, colpevolizzazione, stigma, infantilizzazione…ora il modello neoliberista li ha estesi a tutti gli oppressi. Se vogliamo che la lotta contro la nostra oppressione ottenga un risultato dobbiamo smetterla di coltivare orticelli, dobbiamo partire da noi smontando i nodi fondanti del capitalismo e del patriarcato in qualsiasi modulo di guerra ci troviamo invischiate.

Il femminismo non è un valore aggiunto, un interesse nei confronti dell’oppressione delle donne che può accompagnare qualsiasi visione politica. Questa impostazione ha dato e dà luogo a delle aberrazioni che sono eclatanti ed evidenti nel panorama attuale: donne di potere che parlano di violenza patriarcale e fanno leggi e leggine che buttano nella precarietà e nella povertà tutte le altre donne, donne che credono nella meritocrazia, nella gerarchia, donne manager che licenziano, donne in divisa, nei tribunali, direttrici di carceri…

Questo non è femminismo, è emancipazionismo ma della peggior specie. L’emancipazionismo in sé è utile e importante ma è un mezzo e non un fine.

Il femminismo è un movimento politico che si batte per il superamento di questa società e che lottando per la liberazione delle donne lotta per la liberazione di tutti gli oppressi. Non chiede tutela, ma pratica la libertà dalla soggezione, è rifiuto di tutte le forme, più o meno subdole, di “servitù volontaria” e di “vittimizzazione”.

È necessario quindi coniugare la nostra oppressione con la lotta ai nodi fondanti che costituiscono il sistema di potere. È inutile battersi nella scuola per il rispetto dell’altro se non si riconosce che la mancanza di rispetto viene dai concetti di gerarchia, autoritarismo e meritocrazia. Il rispetto di genere è impossibile senza l’abolizione del 5 in condotta, della gerarchia scolastica, della scuola azienda.

A cosa serve la pulizia del linguaggio sessista, colonialista, razzista, abilista etc. se non si mette in questione il modo di produzione che ne è la causa? I codici etici, del mercato e dello Stato, sono come dei vaccini: introducendo nel sistema una minima dose di senso “alternativo”, rafforzano il metabolismo della società capitalista

È inutile fare scioperi, tra l’altro preavvisati e concordati, per avere il riconoscimento dalla controparte del lavoro di cura e riproduttivo che ci viene imposto ed estorto, del lavoro precario e dei salari inadeguati, bisogna battersi sul posto di lavoro contro i tornelli, contro i tempi di lavoro, contro il controllo dell’orario, contro la gerarchia, contro le retribuzioni per merito… Non vogliamo elemosine e concessioni pelose, vogliamo il tempo e lo spazio per tutti. Altrimenti perdiamo la capacità di produrre coesione sociale e provochiamo solo polarizzazione.

La polarizzazione è l’opposto della scelta di parte.

Il femminismo sa da che parte stare perché tiene sempre presente la differenza tra aggressore ed aggredito. L’aggressore è l’imperialismo USA, all’attacco su tutti i fronti, e il progetto sionista di Israele, di cui si esportano le soluzioni in tutti i Paesi occidentali.

Se rifiutiamo che, nei tribunali dello Stato, le donne siano gravate dall’onere di provare il proprio “dissenso” rispetto alla violenza sessuale subita, dovremmo fare chiarezza sul fatto che, nei “processi” internazionali, il dissenso espresso dalle donne nei confronti dei governi dei propri Paesi non è una forma di consenso implicito a farsi aggredire da una potenza straniera.

Dobbiamo batterci contro la guerra sul fronte esterno ed interno con ogni mezzo necessario proprio perché siamo femministe.

La nostra sicurezza siamo solo noi.

Coordinamenta femminista e lesbica

8 marzo volantino

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